Cultura Gipi

Pubblicato il 27 Feb 2017 | da Irene Salvi

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Effetto Gipi

A Casetta Rossa, in occasione della presentazione dell'ultimo lavoro del disegnatore pisano, una panoramica della storia collettiva del fumetto italiano

«Dove sono cresciuto io, se qualcuno ti chiamava poeta come minimo gli davi uno schiaffone». Venerdì scorso Gianni “Gipi” Pacinotti ha conquistato un’affollata Casetta Rossa alternando arguzia pisana, memorie personalissime e riflessioni d’artista nel corso della presentazione del suo ultimo libro, La terra dei figli (Coconino-Fandango, 288 pagine, 19.50 €).

Oscar Glioti – editor di fumetti e sceneggiatore, qui nei panni dell’intervistatore – ricorda l’epoca post ’77 e gli anni del movimento della Pantera, quando per la prima volta il fumetto acquisisce dignità artistica e politica facendosi rappresentazione per un’intera generazione. Sono gli anni di Cannibale e Frigidaire, di Andrea Pazienza e Massimo Mattioli (il Pantheon professionale di Gipi, che agli inizi ha lavorato al fianco di Paz) in cui proliferano «modi inediti di intendere la grafica, contaminando generi, tecniche e contenuti».

Tra fine anni ’80 e lungo tutti i ’90 Glioti colloca la «deriva autoreferenziale» del fumetto italiano: fanzine e riviste indipendenti, per quanto ancora diffuse, perdono la capacità di comunicare e innovare che ne aveva caratterizzato la nascita «in continuità con la deriva di un Paese sempre più ripiegato su se stesso». Le cose cambiano nel 2003: esce Esterno Notte di Gipi, sancendo il momento in cui l’eredità del fumetto “elevato” viene raccolta da autori capaci di unire un impianto narrativo forte con tecniche sperimentali, dai lucidi all’acquerello che a lungo ha caratterizzato i lavori del fumettista pisano.

Gipi racconta: «ho sempre voluto raccontare storie, ma nel mio immaginario gonfiato dal modello Usa, se non avevi un fucile a pompa o dei superpoteri non eri degno di essere rappresemtato. Quando Igort mi propose di scrivere un libro a fumetti io non sapevo neppure esistessero, ma avevo bisogno di soldi. Iniziai a lavorare a una storia sull’11 settembre ma a un certo punto sentii nitidamente una voce, la voce di un muratore pisano con il volto deformato da una malattia alle ossa, che ci terrorizzava da bambini. Mi disse “che cazzo fai? Cosa c’entra con te l’11 settembre? Parla di quello che conosci, parla di me“».

E parlando di ciò che conosce Gipi si fa strada negli ultimi vent’anni del fumetto italiano, senza mai smettere di sperimentare: «la vena cupa che traspare dai miei lavori mi infastidiva: a un certo punto ho capito che le tecniche complesse a cui mi ero abituato influenzavano anche la storia e la lettura, la tecnica è imprescindibile per una storia a disegni così come i tempi sono fondamentali per un comico».

«In La mia vita disegnata male (2008) volevo cambiare, stringere un patto d’amore con i lettori esponendo tutte le mie debolezze, mostrarmi senza difese ed essere leggero: non ci sono riuscito del tutto ma il libro ha avuto un successo inaspettato, andai in tv e lì cambiò tutto». Non soltanto riconoscimenti formali e allori di settore, che pure non sono mancati; l’autore racconta di decine di lettori, soprattutto giovani, che scrivono per chiedere consigli o condividere pensieri, chiosando: «e se a un ragazzo viene spontaneo rivolgersi a uno che fa fumetti come per cercare risposta ai suoi problemi, significa che siamo messi male».

Nel 2013 esce Unastoria, il primo libro a fumetti candidato (e finalista) al Premio Strega. «L’ho scritto con la convinzione che sarebbe stato il mio ultimo libro, è stato un lavoro doloroso, di rifiuto, improvvisato pagina per pagina».Gipi

Poi, ricorda Glioti, è stata la volta di Bruti (gioco di carte fantasy finanziato con un crowfunding), innumerevoli copertine editoriali, e nel 2016 La terra dei figli: cronaca in bianco e nero della quotidiana lotta per la sopravvivenza che affrontano un padre e i suoi due figli in un imprecisato, post-apocalittico futuro.

Non si sa se il fumettista più affermato d’Italia continui a seguire il consiglio della voce nella sua testa che gli consigliava di parlare di ciò che conosceva meglio. Nel caso de La terra dei figli e degli scenari lividi che vi sono rappresentati – al di là di ogni libera interpretazione sulla metafora dei tempi che corrono – non si può dimenticare che per Gipi «tutte le storie parlano d’amore e/o di morte: Truffaut diceva che non esiste altro che valga la pena raccontare, e io sono abbastanza d’accordo con lui».

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