Dispacci

Pubblicato il 24 Gen 2017 | da Rosa Paolella

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Basta Cie: vogliamo integrazione

Il 25 gennaio la Rete Roma che Accoglie lancia il presidio in occasione della Conferenza Stato Regioni, in cui tra i punti all’ordine del giorno verrà discussa l’implementazione del numero dei CIE e la firma di nuovi accordi di rimpatrio

A seguito dei fatti di Cona (Ve), in Italia si torna a parlare una volta ancora di accoglienza, e ancora una volta non in termini positivi. Il Cpa (Centro di Prima Accoglienza), teatro di rivolte dei migranti ospitati a seguito della morte di una ragazza ivoriana di 25 anni per trombosi polmonare e, secondo quanto riportato dai suoi compagni, non soccorsa prontamente, era nato nel luglio 2015 per ospitare 15 persone ma dopo pochi mesi vedeva all’interno già oltre 300 migranti.

Una tragedia, ennesimo esempio di “mala accoglienza”, utilizzato da chi strumentalizza la chiusura dei confini e il controllo dei migranti, indicandoli come tappe necessarie per un’azione risolutoria che ponga un argine ai crescenti episodi di terrorismo.

In questo senso va la volontà espressa dal Governo di implementare il sistema di centri di identificazione ed espulsione presenti sul territorio Italiano, prevedendone uno per Regione, e la firma di nuovi accordi bilaterali per i rimpatri (il primo siglato il 12 dicembre 2016 con il Mali), così come dichiarato dal ministro Marco Minniti ed espresso nella circolare diffusa dal Ministero dell’Interno il 30.12.2016.

Istituiti nel 1998 dalla legge sull’immigrazione Turco Napolitano con la dicitura CPT (Centri di Permanenza Temporanea) i CIE (Centri di identificazione ed espulsione) sono strutture detentive dove vengono reclusi i cittadini stranieri sprovvisti o in attesa di regolare titolo di soggiorno.

Rivisti dalla L.286/98 (T.U. dell’immigrazione) e modificati successivamente dal Pacchetto Sicurezza del 2009, i CIE dispongono il trattenimento del migrante per un tempo di 30 giorni, prorogabile per un totale di 18 mesi, laddove vi sia l’impossibilità di eseguire immediatamente l’espulsione nei confronti della persona fermata mediante accompagnamento alla frontiera o respingimento.

In questo modo, i CIE hanno introdotto la possibilità della privazione della libertà personale in caso di violazione di disposizione amministrativa, senza che vi sia un’adeguata valutazione delle situazioni individuali: il trattenimento avviene cioè sulla base dell’irregolarità, aldilà del profilo e della storia dell’interessato.

È ciò che è emerso dalla delegazione della Campagna LasciateCientrare, entrata lo scorso 23 dicembre in visita a Ponte Galeria, l’unico CIE con una sezione femminile operante in Italia (attualmente la parte maschile è inagibile a seguito di un incendio divampato nei locali a dicembre 2015).

Alla delegazione hanno preso parte membri di alcune associazioni impegnate sotto diversi aspetti nel lavoro di sostegno ai migranti, tra cui il centro sociale La Strada, A Buon Diritto e Laboratorio 53.
Nel CIE di Ponte Galeria, grande gabbia che si estende nella periferia Romana a ridosso della nuova Fiera di Roma, sono detenute 57 donne, la maggior parte delle quali provenienti da Nigeria (29) e Cina (11), ma tra loro anche diverse ragazze di etnia rom, Congolesi, Somale, Marocchine.

Unici elementi di comunanza tra loro, la non regolarità sul territorio nazionale ed essere titolari di un decreto di espulsione. Molteplici invece i profili e i vissuti.

Alcune donne sono nate in Italia ma in Italia non sono mai state regolari, non essendo in possesso di nessun requisito che dia diritto alle forme di documento esistente: né a quello per motivi di lavoro, che prevede la possibilità di regolarizzazione per chi accede alla sanatoria e secondo il sistema dei flussi, né a quello per la richiesta di asilo, che lega il riconoscimento del soggiorno nella sussistenza di una persecuzione. È il caso delle ragazze rom, figlie di Paesi che non esistono più, detenute nonostante una sentenza della Cassazione del 2015 si sia espressa per l’illegittimità del trattenimento in CIE laddove manchino le prospettive di rimpatrio, come appunto in casi di apolidia.

Altre sono qua da diversi anni e magari sono già state titolari di un permesso di soggiorno; come O., Nigeriana, in Italia da ben 20 anni e così radicata da parlare in un dialetto napoletano degno dei quartieri spagnoli.

E poi ci sono loro, i nuovi ingressi; quasi tutte vittime di tratta sessuale e richiedenti asilo, ma, in quanto titolari di espulsione pregressa, costrette a procedere col loro iter in detenzione fino al parere del GIP. Sono loro ad emergere con un profilo di profonda vulnerabilità, legato non solo alla detenzione e quindi alle ansie relative al futuro, ma al vissuto traumatico che le ha caratterizzate e segnate.

Loro come le altre, vittime di “sistemi” che non si riescono a debellare, che vanno dalla tratta allo sfruttamento sessuale e lavorativo, alla mancata inclusione sociale anche in realtà nelle quali le comunità risiedono da moltissimo tempo (Aversa e tutta la Campania ne sono un esempio “classico”).

Ragionare sulla lotta allo sfruttamento e alla clandestinità meramente in termini di azioni di controllo, repressione ed allontanamento è una prassi limitata e rischiosa. Lo è in particolare per le donne vittime di tratta, il cui il rimpatrio le espone al rischio di nuove violenze e ritorsioni e la cui riammissione verso stati che non garantiscano il rispetto dei diritti umani fondamentali, proprio per questo motivo, è tassativamente proibita dall’art. 3 della stessa Convenzione Europea, a favore dell’accesso a percorsi di tutela.

Ma ragionare in un’ottica di reale sostegno impone una profonda revisione e implementazione degli strumenti esistenti nell’ordinamento Italiano, come ad esempio l’art. 18 del D.lgs 286/98 che prevede la possibilità di rilascio di permesso di soggiorno a chi si trovi in situazioni di grave violenza, ma il cui accesso viene legato alla collaborazione da parte delle vittima nel procedimento legale contro i narcotrafficanti; ossia o la donna è disposta a denunciare gli sfruttatori, o non può avere il permesso di soggiorno.

Per gestire la realtà migratoria, a poco serve l’aumento dei CIE attivi, strutture che comportano spese ingenti e che arrivano a un numero limitato di rimpatri concretamente effettuati, ma è necessario modificare la normativa in materia di soggiorno, rimuovendo i numerosi ostacoli (come nel caso della normativa in materia di migranti “economici”) ed iniziando a tenere in considerazione, ai fini della regolarizzazione, i percorsi di integrazione ed inclusione, le reti di conoscenza già sviluppati nel territorio e i legami familiari esistenti.

Questa l’idea alla base della rete “Roma che accoglie”; nata lo scorso anno a Roma, tiene dentro diverse realtà che da anni si attivano in favore dei diritti dei migranti, partendo dal tentativo dell’elaborazione di un’altra idea di accoglienza.

È proprio la Rete Roma che accoglie che convoca per il 25 gennaio 2017 alle ore 15 a Piazza della Rotonda il presidio in occasione della Conferenza Stato Regioni, in cui si discuterà, tra i vari punti all’ordine del giorno, anche dell’implementazione dei CIE e della firma di nuovi accordi di rimpatrio.

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