Spazi Urbani

Pubblicato il 23 settembre 2016 | da Fabio Ferrari

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Olimpiadi, un no che può far bene alla città

In piena crisi del M5S, sulle Olimpiadi arriva un segnale in controtendenza con le politiche che fino ad oggi avevano segnato lo sviluppo della capitale

Il no alla candidatura per le Olimpiadi di Roma 2024, espresso il 21 settembre dalla sindaca Raggi in una caotica conferenza stampa, sembrerebbe chiudere un difficile capitolo della vita politica romana.

A pochi mesi dalle elezioni, la giunta pentastellata vive un momento di impasse. Il valzer di nomine e destituzioni di assessori delle ultime settimane ha destato forti preoccupazione e critiche sulla tenuta del Movimento 5 Stelle e sulla sua capacità di amministrare la complicata macchina amministrativa cittadina.

La risoluzione di ritirare la candidatura olimpica della città è stata giustificata come volontà di impedire le “Olimpiadi del Mattone”. Dichiarazioni che hanno creato forti mal di pancia tra gli esponenti della lobby dell’edilizia e che, in un momento di stallo politico, hanno portato i detrattori dei cinquestelle a rinnovare le critiche di poca competenza gestionale della città.

Analizzando la decisione da altro punto di vista, si può affermare che questa volta dalle istituzioni cittadine è arrivato un segnale in controtendenza con le politiche pubbliche che fino ad oggi avevano segnato lo sviluppo della capitale.

La scelta espressa dalla giunta, nonostante le fortissime pressioni in senso contrario, boccia il pensiero dominante che vede i grandi eventi sportivi come opportunità per la città e suoi abitanti.

Come dimostrato da diversi studi di scienze economiche e sociali, eventi come le Olimpiadi, in tutto il mondo, sono state occasione di arricchimento per pochi e hanno portato alle città ospiti solo nuova speculazione, cemento e debito. Spesso ci si dimentica che chi accoglie le Olimpiadi, oltre a ricevere fondi, deve spendere per costruire le infrastrutture che ospiteranno l’evento.

Uno studio del London Easmalago-e-montezemolo-renzi-639822t Reseach Institute (LERI), pubblicato nel 2010, ha dimostrato come, nelle Olimpiadi moderne da Barcellona 1992 a Pechino 2008, gli effetti economici dei giochi non hanno mai evidenziato benefici a lungo termine, traducendosi invece in uno spreco di risorse pubbliche e un ottimo affare solo per le speculazioni private.

Nel dire no ai giochi, a Roma si è preso atto che l’apparato amministrativo, organizzativo e imprenditoriale è fortemente degradato – in conferenza stampa la Raggi ha fatto continui richiami a mafia capitale e al flop dei Mondiali di Nuoto del 2009 – e che ad oggi non ci sono le condizioni per ospitare un evento di tale calibro.

Il dibattito sulle Olimpiadi ha infuocato l’agone politico nei mesi scorsi. Il mantenere o ritirare la candidatura è stato argomento di campagna elettorale, con le destre, il Partito Democratico e molti esponenti di Sinistra Italiana schierati a favore, mentre il Movimento 5 Stelle esprimeva un no con riserva di approfondire in caso di vittoria elettorale.

Formata (parzialmente) la giunta, anche nella squadra di governo importanti esponenti, tra cui l’assessore Paolo Berdini, si sono sbilanciati in favore del si. Si è reclamato che le Olimpiadi potessero essere realizzate all’insegna di sostenibilità, maggiori controlli (con la tutela dell’Autorità Nazionale Anticorruzione – Anac) e rigore economico.

La decisione della sindaca mette un punto alla vicenda.

Quanto stabilito dalla giunta romana non è un caso isolato. Tra le grandi metropoli che hanno ritirato la candidatura alle Olimpiadi ci sono Madrid e Boston, città dove il ritiro della candidatura è stato motivato proprio per l’elevato rischio che i costi ricadano sui cittadini.

Se da un lato la scelta del no ai giochi suscita timori di un futuro immobilismo della giunta su altre importanti questioni, la rinuncia al grande evento permetterà di reclamare la massima attenzione alle criticità che oggi affliggono Roma.

Per la città ci sono altre priorità – periferie, mobilità, rifiuti, emergenza casa, accoglienza – con cui l’amministrazione, ancora oggi impantanata nel muovere i suoi primi passi, dovrà confrontarsi dimostrando di saper governare o meno.

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