Per essere chiare

Per essere chiare

Per essere chiare, siamo stupite dall’ondata di solidarietà che stiamo ricevendo, più o meno quanto lo siamo per i provvedimenti che ci sono stati notificati.

Per essere chiare, non ci sentiamo delle vittime, o comunque non più di altr@ (e sono molt@) che hanno ricevuto provvedimenti simili in situazioni altrettanto ambigue.

Per essere chiar@, siamo arrabbiat@, come lo siamo sempre stat@ in questi anni per le ingiustizie contro le quali ci siamo battut@: la privatizzazione di servizi e beni comuni, la precarizzazione del lavoro, le politiche migratorie, le devastazioni dei territori…da molto prima che s’insediasse questo Governo. E in un modo o nell’altro l’abbiamo sempre detto, a volte senza chiedere il permesso, a volte urlando.

Sarebbe stato davvero interessante se molte delle personalità istituzionali e politiche che ora esprimono la loro solidarietà, e che ringraziamo, ci avessero ascoltato, magari prima di votare qualche provvedimento – ad esempio i decreti Minniti-Orlando, i pacchetti sicurezza, le privatizzazioni mascherate in 100 provvedimenti, le missioni di pace che hanno portato solo guerra – quello sì, “socialmente pericoloso”.

Ma siamo quell@ che a Genova2001 gridavano che un altro mondo é possibile, quindi, perché no?! Meglio tardi che mai!
Incassiamo la solidarietà e rilanciamo: che si apra un dibattito ampio sugli strumenti normativi, come l’articolo 1, usati da anni per punire il dissenso, e apriamolo anche su cosa dice quel dissenso. Probabilmente scopriremo che tocca molti dei punti che hanno permesso ai pelati barbuti di spacciarsi per forza politica. Punti di quelle politiche che ci hanno reso più pover@, con meno diritti, con meno servizi.

Punti di quelle politiche che hanno innescato una guerra ai e tra poveri, sfociata nel razzismo prima strisciante e mano mano sempre più manifesto.

Per essere chiar@, per tutto questo abbiamo cantato Bella Ciao quel 20 maggio, ed é anche di questo che vogliamo parlare con chi oggi si dice solidale, partendo da come garantire che il dissenso possa ancora esprimersi.

Antifasciste e Antifascisti Roma Sud

Quando essere antifasciste rende “socialmente pericolose”

Quando essere antifasciste rende “socialmente pericolose”

Nel caldo luglio romano sì è dipanato un piccolo mistero, che può avere significati più grandi per chi voglia leggerli. L’aria è resa ancora più pesante dalla propaganda razzista del Governo tra chiusura dei porti e inni alla legittima difesa che producono effetti aberranti come il caso della bimba colpita da un proiettile ad aria compressa. Siamo nella Roma della #Raggi piena di monnezza ai bordi delle strade, nella Roma degli sgomberi della comunità Sudanese di via #Scortica30bove e del #CampingRiver di via Tiberina , siamo nella Roma che minaccia di porre fine ad esperienze storiche come la Casa Internazionale delle Donne e tanti altri centri antiviolenza, spazi sociali e altre realtà associative fondamentali per la tenuta sociale della città.

E nello specifico siamo nel quadrante sud, zona San Paolo-Garbatella, dove un gruppetto di donne, un bel giorno di luglio, riceve un invito a presentarsi in Questura. Quello che ricevono è un “avviso orale” meglio conosciuto come “articolo 1”, per gli esperti articolo 3 del dlgs n. 159/2011, anche detto Codice Antimafia. (I 99 Posse lo spiegano molto bene qui https://www.youtube.com/watch?v=vTF-1FO6xRo). Un provvedimento riservato a persone socialmente pericolose, che si sono dimostrate “dedite alla commissione di reati” e che in sostanza vengono invitate a non peccare più. Il bello è che a nessuna di loro viene specificato quali sarebbero questi reati, anzi, ad alcune di loro viene chiesto: “ma cosa ha fatto negli ultimi anni?”….” Mah… un figlio o due, qualche lavoro precario, qualche assemblea cittadina, qualche flash mob… ma nulla che mi faccia sentire pericolosa”, questa è la risposta che affiora alle labbra, ma che si perde nel non sense della situazione.

Le donne in questione sono infatti persone attive in diversi ambiti: la difesa dell’acqua pubblica, del popolo palestinese, dei beni e degli spazi comuni, dei diritti di TUTTI e TUTTE ad avere una vita dignitosa. Ma lo sono da anni, anzi, forse alcune di loro erano molto più attive qualche anno fa, ma non erano mai state raggiunte da un provvedimento minaccioso come questo. Allora ci si chiede: cos’è che l’ha fatto scattare? Qualcosa accaduto negli ultimi mesi senz’altro, nel quadrante di di San Paolo… qualcosa al quale erano presenti tutte coloro che hanno ricevuto la chiamata della Questura, per ritirare la notifica dell’articolo 1 o una denuncia non meglio specificata. Una sola è la risposta: la contestazione al banchetto di Casa Pound del 20 maggio. Più che un banchetto un’ “adunata sediziosa”, per riprendere il linguaggio del provvedimento ricevuto (o del Marchese del Grillo), visto che per dare dei volantini (bianchi) con il simbolo di CasaPound, si sono radunati circa 50 loschi figuri con caschi, nascosti come guardoni tra gli alberi di Largo Leonardo Da Vinci. Una provocazione, anche piuttosto antiestetica, alla quale un gruppo di donne residenti ha risposto radunandosi spontaneamente per cantare Bella Ciao e ricordare che fascisti e razzisti non sono benvenuti nelle nostre strade. Niente di sconvolgente insomma!

Ma l’arrivo di questi provvedimenti rende la situazione ancora più inquietante dei pelati barbuti comparsi quel giorno: fa pensare che si diventi “socialmente pericolose” per aver ridicolizzato qualche “fascista del terzo millennio” che è andato a piangere in Questura…o che provvedimenti di questo tipo scattino non per la pericolosità di ciò che viene fatto (cantare Bella Ciao), ma per quello che si dice o che si urla e verso quale “specie protetta” sono rivolte quelle proteste.

Se così fosse più che di donne “socialmente pericolose”, dovremmo preoccuparci della nostra società, che è realmente in pericolo.

E dovremmo farlo tutt@, visto che sono anni che chi difende i principi dell’antifascismo e lotta sui propri territori viene costantemente colpito da meccanismi repressivi simili o peggiori di questi.

Per quanto ci riguarda noi continueremo a farlo, perchè crediamo nella giustizia sociale, nei diritti per tutte e tutti e nella legittimità di lottare per conquistarli e difenderli. Perchè crediamo che in un Paese che sta identificando i più deboli come i nemici numeri uno, ci sia ancor più bisogno di questo.

Antifasciste e Antifascisti Roma Sud

Tormarancia non la freghi con razzismo

Tormarancia non la freghi con razzismo

La contestazione al banchetto di Casapound di oggi, 14 aprile, a Tormarancia è stata la più logica risposta a una provocazione, mossa da un gruppo di neofascisti che con mazze e bastoni si è presentato, accompagnato da soggetti estranei al territorio, con l’evidente intento di farsi pubblicità.

Purtroppo per loro, non basta diffondere fake news su Facebook e mandare qualche PEC sulle buche per avere un riconoscimento.

Glielo hanno ricordato le decine di residenti dei lotti e attivisti accorsi, che rivendicano il loro antifascismo e hanno costretto Casapound ad abbandonare la scena.

Invitiamo la prossima volta la questura a ripensarci prima di concedere autorizzazioni a questo tipo di iniziative, che saranno sempre e comunque oggetto di contestazione.

A noi con la retorica del razzismo e della guerra tra poveri non ci fregate!

A Roma sud i fascisti non sono benvenuti.

Comitato Parco della Torre

Scuola pop. “Progetto Sciangai”

Mov. per il diritto all’abitare Roma sud-ovest

Prc Tormarancia

Csoa La strada

Casetta rossa

Villetta social lab

Loa Acrobax

Nessun Dorma

All Reds rugby Roma

Circolo Anpi Renato Biagetti

Circolo Anpi Martiri delle Fosse Ardeatine

Potere al popolo VIII municipio

335 Spine nei nostri cuori – Corteo per in ricordo dei martiri delle Fosse Ardeatine

335 Spine nei nostri cuori – Corteo per in ricordo dei martiri delle Fosse Ardeatine

Roma, 24 Marzo 1944 – 24 Marzo 2018

Il prossimo 24 Marzo saranno 74 anni dall’Eccidio delle Fosse Ardeatine, la strage simbolo dell’occupazione nazifascista a Roma e uno dei momenti fondativi della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza Partigiana in nome di un futuro di uguaglianza e libertà.

335 vittime rastrellate ed uccise dagli occupanti nazifascisti.
335 vittime di Rappresaglia, testimonianza eterna della barbarie della dittatura e del sacrificio per la nostra libertà.

Scolpite nella memoria collettiva di questa città, nei portoni dei palazzi, sui muri lungo le strade di Roma continuano a parlare di una storia che è parte di ognuno di noi e da qui, da Roma vogliamo ripartire: da questa città “ribelle e mai domata” che non può dimenticare per non smettere di lottare per un futuro migliore.

Non sappiamo se il prossimo 24 marzo sarà già in carica un governo ma sappiamo su che terreno si è giocata la partita elettorale nel corso degli ultimi mesi.
La difesa dell’italianità e le tante dichiarazioni sul ritorno del fascismo in Italia sono stati gli argomenti su cui ogni opinione sembrava ammissibile: dalle evocazioni fantasiose di una guerra di conquista in Libia alle dichiarazioni grottesche sulla difesa della Razza, fino alla nostalgia delle “buone opere” di Mussolini, abbiamo attraversato settimane di dibattito delirante sulla Storia del nostro paese.
Il grande spettro della sostituzione etnica è diventata la carta migliore per conquistare voti mentre la cronaca quotidiana non ha smesso un attimo di raccontare una paese in preda a un’ossessione paranoica, dove non sono mancati assassini xenofobi, sparatorie, attacchi incendiari contro le comunità musulmane; dopo la tentata strage di Macerata abbiamo visto però un’insurrezione democratica che ha restituito dignità, mandando un messaggio chiaro al panorama ingessato della politica italiana con un corteo di decine di migliaia di persone.

A Roma lo spettro della paura xenofoba lavora di nuovo da tempo: qua sono tornate a fare campagne razziste le formazioni fasciste vecchie e nuove che si propongono come soluzione ai conflitti della città, qua è sbarcata la retorica salviniana ripulita dal disprezzo per “Roma Ladrona” o la fobia del degrado che fomenta la guerra agli ultimi in nome del decoro.
A Roma si sperimenta da tempo ormai una città chiusa, che respinge i rifugiati, sgombera gli spazi di solidarietà e sceglie la strada dell’esclusione di fronte alla povertà.

Come in questi mesi che abbiamo trascorso, ancora più oggi abbiamo bisogno di ridare voce all’umanità e costruire Resistenza quotidiana.
Riaffermare dal basso l’identità di Roma, città antifascista, libera e ribelle.
Tornare a scegliere, parteggiare, organizzare una risposta.

Questo 24 marzo dobbiamo scrivere una pagina diversa. I tempi bui che ci apprestiamo ad attraversare ce lo impongono.
Questo 24 marzo deve diventare non solo un’occasione di memoria, ma anche una rivendicazione di identità.

Roma ed i suoi quartieri sono antifascisti.
Tanti suoi figli e figlie scelsero di rischiare la vita nella speranza di un mondo più giusto, nella difesa estrema della libertà.

Oggi sta a noi raccogliere quella speranza e farcene carico.
Dalla memoria antifascista alla coscienza dei tempi che arrivano, il prossimo 24 Marzo torniamo nelle strade per il ricordo di quello che è stato, per i 335 semi di libertà che le Fosse Ardeatine hanno seminato in questa città e per unire storie diverse nella storia di questa città di fronte alla barbarie che incombe.

PROMOZIONE
Coordinamento SPuD – Disobbedire Si Può
CSOA La Strada

PER ADESIONI: scrivere in privato alla pagina.

Lettera del Comitato Madri per Roma Città Aperta alla Sindaca Raggi per la realizzazione di Renoize 2017

Lettera del Comitato Madri per Roma Città Aperta alla Sindaca Raggi per la realizzazione di Renoize 2017

Sottoscriviamo e condividiamo la lettera che le Madri Per Roma Citta’ Aperta hanno indirizzato a Virginia Raggi e Luca Bergamo.

Alla Sindaca di Roma sig.ra Virginia Raggi

All’attenzione del Vicesindaco di Roma sig. Luca Bergamo

Gent. Sindaca Raggi,

siamo il Comitato “Madri per Roma Città Aperta” nato dieci anni fa per desiderio di Stefania Zuccari, madre di Renato Biagetti, ingegnere della robotica con specializzazione nel suono, di 26 anni, che il 27 agosto 2006 è stato assassinato con otto coltellate.

Si trovava all’uscita di un concerto di musica reggae, a Focene, con un amico, colpito di striscio, e la sua fidanzata, anche’essa vittima dell’aggressione. E’ stato affrontato da due giovanissimi fascisti senza un apparente motivo. Non c’è stata una “lite tra balordi” come si è scritto in un primo momento e poi totalmente negato nella sentenza processuale, ma una stupida rivendicazione del territorio. Sì, questa è la cultura nella quale sono cresciuti e sono stati educati assassini di Renato: esclusione, razzismo, omofobia, violenza, odio, sessismo.

Stefania, la mamma di renato, insieme al fratello Dario, hanno voluto ricordare ogni anno Renato con la cosa che amava di più : la musica. Ogni anno a San Paolo a Parco Schuster abbiamo tenuto un evento chiamato Renoize fatto di musica e interventi di realtà che si occupano di antifascismo e di resistenza al disagio sociale e alla perdita dei diritti. Evento che richiama da anni, migliaia di persone provenienti da tutta la Città, dall’Italia e anche dall’estero, evento che si ripete anche in altrie parti di Europa , insieme tutti a ricordare che di fascismo ancora si muore.

Renoize segue il giorno del ricordo di Renato che si tiene a Focene dove la famiglia e gli amici di Renato, le nuove famiglie che nel tempo si sono create, tanti bambini, ma anche tante persone incontrate nei nostri percorsi di madri antifasciste, giovani immigrati si incontrano affettuosamente per un ricordo più intimo.

Abbiamo appreso, sgomente e sinceramente dispiaciute, che quest’anno non è stato concesso il permesso per il concerto di Renoize, questo appuntamento così importante per noi amici e familiari di Renato e per le tante situazioni di lotta e di resistenza della città che da anni hanno contribuito a costruire quest’evento.

Le chiediamo dunque di poterla incontrare il più presto possibile per poterle raccontare , chi è Renato, che cosa è nato dalla sua morte, cos’è Renoize, così come abbiamo incontrato i Sindaci che l’hanno preceduta da Veltroni in poi.

Questa volta vorremmo incontrare il Sindaco da donne a donna, da madri a madre, ma anche da madri a figlia . Ci piace ricordare che Renato ed altri nostri figli, hanno frequentato come lei la scuola Giardinieri, e hanno vissuto con Lei tanti momenti di grande amicizia.

In attesa di un suo riscontro (Le auguriamo buon lavoro) (Le porgiamo i nostri saluti)

Comitato di Madri per Roma Città Aperta

La parola ed il ricordo – a 40 anni dall’omicidio di Giorgiana Masi

La parola ed il ricordo – a 40 anni dall’omicidio di Giorgiana Masi

Siamo convinti che il ricordo e la parola siano, più di ogni altra cosa, atti partigiani: nel senso letterale del termine, di scelta -cosciente o meno- di una parte che vada ad informare la propria visione del mondo, che divenga poi base per qualsiasi prassi, che se moltiplicata esponenzialmente divenga prima politica, poi egemonia.
Abbiamo visto questo processo di politicizzazione, e militarizzazione, del ricordo e della parola, e lo abbiamo visto rivolto contro gli ideali che animano la nostra attività politica e l’azione della parte migliore di questo paese da decenni: abbiamo visto il degrado -concetto che si era ammantato, alla sua entrata in scena, di una veste di impegno civico, di partecipazione, di cura del bene comune- divenire l’unica categoria accettabile nella lettura dei processi sociali e delle migrazioni, fino a divenire spirito di legge e giustificazione per retate, violenze, disumanità.
Allo stesso abbiamo visto, nel progressivo affermarsi di quella lettura che, sui temi della gestione del dissenso e della diversità, ha unificato le maggiori forze politiche del paese, la chiave di volta ideologica di un disegno di delegittimazione non tanto di un mondo -quello degli ultimi, dei dimenticati, ma anche di tutti coloro che scelgono una parte nelle attività sociali, solidali, di prima e seconda accoglienza- quanto dei principi di umanità che vi sono alla base.
Per arrivare a provare il dolore e la vergogna, dopo aver visto la facilità con cui il massacro di una giovane donna di vent’anni e delle sue sorelline, di otto e quattro anni, nella narrazione pubblica non è riuscito a superare con la ferocia e la barbarie dell’uccisione, il dato dell’appartenenza a una comunità, quella Sinti, che può vantare di essere l’unica ufficialmente discriminata dalla nostra Repubblica.
Per arrivare al punto in cui l’uso egemonizzante di quel che si dice e non si dice, nella vita quotidiana, così come a mezzo dei principali organi d’informazione, diviene modo di riscrivere la storia, o meglio, le storie, spesso quelle per noi più dolorose: e capita di ritrovarsi, come è avvenuto ieri a Ponte Garibaldi, a ricordare una compagna ammazzata mentre da quel ponte scappava, e un lavoratore morto d’infarto mentre fuggiva da un controllo di polizia, giusto dall’altro lato del tevere.
Un’occasione, quella di ieri, per difendere l’uso di un ricordo e di una parola che sappiano portare con sé i valori e il pensiero necessari a ripartire: ricordare Nian, che dall’altra parte del Tevere si è accasciato mentre lo inseguivano, e dire che ne va della nostra dignità e del nostro futuro ricacciare ogni cedimento al razzismo, ogni cedimento a quell’ideologia del decoro che non fa che mascherare la lotta non alla povertà, ma al povero.
Ricordare, soprattutto, Giorgiana Masi, che quarant’anni fa “moriva, e su un ponte lasciò, lasciò i suoi vent’anni e qualcosa di più”, e ricordare che ad ammazzarla furono le forze dell’ordine che quel giorno sparavano su una manifestazione: per rispondere con il ricordo e la parola a chi -Cossiga prima, La Repubblica poi- ha dato spazio a ipotesi di fuoco amico, fino ad accusare di quella morte orrenda il compagno di Giorgiana.
Ricordare, anche per rifiutare di accettare che la storia divenga un omogeneo indistinto, per rifiutare la logica che vorrebbe con le parole tranquille della quotidianità appianare ogni diversità e nel far ciò celebrare la vittoria di una parte: per dire che le questioni sociali, le lotte per i diritti e la dignità, la vita di donne e di uomini profusa in quelle lotte, e la vita spezzata di quel giovane corpo -quel corpo di donna che oggi sarebbe ipocritamente trasformato in totem cui sacrificare la libertà in nome di decoro e sicurezza- sono troppo importanti per essere dimenticate, per non essere ricordate e dette con forza.
Lottando, e aspettando il giorno in cui potremo finalmente abbandonare la parola asfittica di questo tempo per tornare a parlare di vita e libertà, continuando a ripetere: Giorgiana vive!
Uni.Insur – Università Insurgente